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Raffaella intervistata Venerdì di Repubblica

 
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Inviato: Dom Set 24, 2017 2:37 pm    Oggetto: Ads

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Toni
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MessaggioInviato: Lun Feb 29, 2016 9:48 am    Oggetto: Raffaella intervistata Venerdì di Repubblica Rispondi citando

Una bella intervista a Raffaella pubblicata il 19 Febbraio sul Venerdì di Repubblica

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Ho sempre avuto il sospetto che lei sia un'hippy in incognito. È così? Raffaella Carrà scoppia a ridere ed è la risata che senti dai tempi di Pronto, Raffaella? (1983) e una vaga, terrorizzante, reminiscenza di Maga Maghella (1971): «Sì, ma senza fumare i cannoni, però! Solo sigarette, ne vuole una?». Raffaella Carrà sarebbe l'unica possibile opera italiana di Andy Warhol perché – come Marilyn, Jacqueline e Mao – ha saputo trasformarsi in icona. La voglia di diventare una specie di opera d'arte vivente è già nel suo nome, scelto negli anni 60 per mettere insieme due pittori: Raffaello e Carlo Carrà.

Siamo nella hall di un albergo a Milano nei giorni in cui si prepara The Voice, il talent concorrente di X Factor in onda su RaiDue dal 24 febbraio. I giudici saranno Max Pezzali, Dolcenera ed Emis Killa, oltre a Raffaella, naturalmente, che adesso indossa un golfino blu e una sciarpina beige, ma ha le gambe fasciate in attillatissimi jeans. Quando la sua risata si spegne, si ritorna ai legami clandestini con gli hippy e il '68: «Raramente mi si riconosce di avere visto la performance televisiva con libertà» piega la testa di scatto per far volare i capelli, «è una cosa che mi è nata a Parigi quando vidi Hair, il musical. Ci tornai nove volte. "Madonna!" mi dissi, "ma è questo qui il modo di esprimersi!"».

Era l'estate del 1969, a Parigi girava Il caso "Venere privata" di Yves Boisset con Bruno Cremer, tratto dal romanzo di Scerbanenco. Hair era al Théâtre de la Porte Saint-Martin, dove un secolo prima era stata Sarah Bernhardt. «In tv da bambina adoravo gli sceneggiati, meravigliosi, poco l'intrattenimento. Quando vedevo le Kessler, mi dicevo "sì, questo modo di ballare qui, per carità, è la perfezione – gambe lunghissime, classe, stile – però bisognerebbe che fosse più spettinato"».

Oltre che nella storia della pettinatura, lei ha avuto un ruolo anche nell'evoluzione del costume in Italia. Le sue canzoni spesso parlano di sesso.
«Speravo che non mi parlasse dell'ombelico, ci sarei rimasta malissimo. Ma ha ragione, sono stata coraggiosa. Lo ripeto sempre ai miei ragazzi, anche a The Voice, che la chiave è trasformare la paura in coraggio. Il Tuca Tuca era uno swing fortissimo – "Mi piaci! - Bum!" – aveva un [CENSORED] appeal proprio nella musica. Era così forte che me l'hanno tolta dalle hit parade televisive. Poi ci sono stati Com'è bello fare l'amore e A far l'amore comincia tu, ora rifatta da Bob Sinclair. Quando me la proposero, accettai di farla, a patto che fosse sulla facciata B».
Qual era la canzone sul lato A?
«Non me lo ricordo! Non ci ho mai preso, pensi come sono brava!».
Della televisione di oggi cosa pensa?
«È troppo formatica – conio una nuova parola – cioè troppo basata sui format. Una volta l'intrattenimento era costruito più sulle persone. La televisione piace ancora, le fiction fanno 7 milioni, ma ci sono meno idee, meno budget e nessuno ha voglia di rischiare. Ecco perché si comprano format esteri di successo, ma non è giusto».
Anche The Voice è un format.
«Per The Voice ho un senso di tenerezza. Me ne parlavano tutti i miei amici in Ispagna e mi dicevo: quasi quasi... Dopo una settimana mi è arrivata a casa una delegazione della Rai a offrirmelo. Ho detto subito di sì».
Che cos'ha di speciale The Voice?
«X Factor, con tutto il rispetto, è molto crudele. Puoi dire a un ragazzo che non ti è piaciuto, ma in modo gentile. La Voz, in Ispagna si dice così, ha questa piccola differenza, che per me è fondamentale. La cosa durissima è che tu sei l'allenatore e mandare a casa i tuoi è un gran dolore. Il primo anno mi sono ammalata. I miei nuovi compagni sono allegri cazzeggiatori, perché non sanno ciò che li aspetta. Voglio vederlo, dopo, Emis Killa!».
Perché i talent si basano sull'esclusione? È una nostra paura?
«Una paura che c'è sempre stata. Era la chiave anche di Miss Italia e Castrocaro».
La forza dei talent sta anche nel mostrare le persone non famose e le loro emozioni. Una cosa che succedeva già in Pronto, Raffaella?.
«Pronto, Raffaella? fu un'invenzione pazzesca, se uno lo rivede ora. Aprì un orario che non esisteva e fu uno dei primi programmi basati sulle telefonate del pubblico. Adesso tutti ricordano i fagioli, ma quando Boncompagni me li propose, gli dissi: "Gianni, ma che cazzata è?". "Dài, è divertente". E così mi ha marchiato a vita. Ma le persone mi dicevano: "Senti, Raffaella, mio figlio si droga, gli puoi parlare tu?". Anche a Carràmba abbiamo raccontato storie pazzesche di italiani simili a quelle di questi poveri migranti che arrivano dalle guerre. Quando Brando Giordani mi propose il nome, in piscina da me, gli dissi: "Ma dài, sembra che poi andiamo vestiti da messicani". Invece, il cazzeggio era totale, ma l'emozione era al massimo».
Non trova che in tv il dolore sia rappresentato in modo osceno?
«Adesso tutti vanno con il coltello dentro. Questa televisione non mi piace, però a volte purtroppo mi attira. Non servono interi pomeriggi su cose così tristi e violente. L'eccezione è la mia amica Franca Leosini, che trovo formidabile e dolce».
Dolce? A me fa un po' paura Franca Leosini.
«Perché ha paura che entri nel suo intimo. Non è cattiva. Quando ci mandiamo i messaggi mi scrive: "Mia amata Raffaella". Si propone sempre aperta ed entra pian piano con questo librone, prima fa domande normali, poi fa una pausa, e dice: "Adesso arriviamo al punto... doloroso". La imito bene?».
La imita perfettamente. Ho sentito un brivido correre lungo la schiena. Anche Franca Leosini è un'icona gay, dicono... Non quanto lei, però. Si è mai chiesta perché?
«Una volta un gay mi ha spiegato: "Tu sei la bambola cha da bambini non abbiamo mai avuto". Però non strizzo l'occhio, non metto le piume... solo Swarovski! Almodóvar, a Che tempo che fa, ha detto: "Raffaella Carrà non è un'artista, è uno stile". Beh, un complimento così in Italia non me l'hanno mai fatto».
Come mai ha avuto così successo?
«Perché mi sono sempre divertita. Ho portato in giro il gioco. Da ragazza volevo fare la coreografa della Scala, studiavo all'Accademia di danza di Jia Ruskaja. Quando avevo 15 anni la incontro: "Senta, scusi eh, ma a che età si diventa coreografi?". Mi risponde in russo: "A 28 anni fai l'esame". Altri 13 anni a fare i plié io impazzisco! Così ho fatto prosa e cinema, nel 1960 al festival di Venezia sono inciampata perché non sapevo camminare con i tacchi. Ma non ero convinta di me stessa. Mi chiesero di aiutare Nino Ferrer in Io, Agata e tu , e chiesi tre minuti per me... li avevano dati anche a padre Virginio Rotondi! Dopo la diretta mia mamma mi telefonò: "Scusa, ma eri tu che ballavi? Non ti ho mai vista così". Avevo colpito».
Com'era la sua famiglia?
«Le voglio dire una cosa: io sono cresciuta senza un padre. Era danaroso, ma troppo playboy, e mia madre divorziò nel 1945. Era molto avanti, forse qualcosa mi è rimasto. Non mi sono mai voluta sposare e mi ha sempre fatto arrabbiare non potere adottare figli senza l'obbligo di quest'anello! Oggi, quando si parla delle adozioni a coppie gay ma anche etero, faccio un pensiero: "Ma io con chi sono nata, con chi sono cresciuta?". Mi rispondo: con due donne, mia madre e mia nonna. Facciamoli uscire i bambini dagli orfanotrofi, non crescono così male anche se avranno due padri o due madri. Io le ho avute. Sono venuta male?».

(19 febbraio 2016)

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